Più di quattro milioni di persone di origine straniera vivono oggi in Italia. Si tratta in gran parte di lavoratrici e lavoratori che contribuiscono al benessere di questo Paese e che lentamente e faticosamente, sono entrati a far parte della nostra comunità.
Persone spesso vittime di pregiudizi e usate come capri espiatori specialmente quando aumentano l’insicurezza economica e il disagio sociale.
Chi alimenta il razzismo e la xenofobia attraverso la diffusione di informazioni fuorvianti e campagne di criminalizzazione fa prima di tutto un danno al Paese. L’aumento degli episodi di intolleranza e violenza razzista a cui assistiamo sono sintomi preoccupanti di un corto circuito che rischia di degenerare e che ci allontana dai riferimenti cardine della nostra civiltà.
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella Costituzione italiana e nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, senza distinzione alcuna di nazionalità, colore della pelle, sesso, lingua, religione, opinione politica, origine, condizioni economiche e sociali, nascita o altro.
Sono questi i principi fondamentali che accomunano ogni essere umano e costituiscono la base di ogni moderna democrazia.
Una società che si chiude sempre di più in se stessa, che cede alla paura degli stranieri e delle differenze, è una società meno libera, meno democratica e senza futuro.
Non si possono difendere i nostri diritti senza affermare i diritti di ogni individuo, a cominciare da chi è debole e spesso straniero. Il benessere e la dignità di ognuno di noi sono strettamente legati a quelli di chi ci vive accanto, chiunque esso sia.
Un sopralluogo al Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria alle porte di Roma. Una zona grigia di cui i migranti non hanno diritti, e oscuri poliziotti decidono su tutto. E maltrattano i consiglieri regionali
Gli appunti ci sono stati stracciati, la penna tolta di mano, siamo stati spinti oltre i cancelli e ammoniti a non farlo mai più. Si è concluso così il sopralluogo al Cie [Centro di identificazione ed espulsione] di Ponte Galeria, a Roma. Non era la prima volta che andavamo nell’ex Cpt della capitale né la prima che mettevamo piede in uno dei dieci Cpt attualmente funzionanti in Italia [ma se ne prevede la costruzione di altri nove]. Ma è di certo la prima volta che veniamo trattati in questo modo. Eppure, ci eravamo andati con tutti i crismi dell’ufficialità: due consiglieri regionali che si sono fatti precedere da una lettera al prefetto, due accompagnatori, due inviati dal Cerimoniale della Presidenza del Consiglio regionale. Ciononostante, al funzionario di polizia in quel momento responsabile del Centro, dottor Baldelli, al quale sarebbe più congeniale la definizione di sceriffo, c’è voluto più o meno un’ora e mezza per decidere che le autorizzazioni non erano «taroccate» e che potevamo entrare.
Era già gravissimo il prendere le impronte ai bimbi e alle famiglie rom, adesso stiamo davvero esagerando.
A quanto viene riportato dai giornali locali del Veneto sembrerebbe che la polizia si sia macchiata di gravissime violazioni dei principali diritti, costituzionalmente garantiti. Infatti in data 5 marzo c'è stato un vero e proprio blitz della polizia, oserei dire quasi squadrista, all'interno di 15 campi rom nelle province di Venezia, Padova, Verona, Vicenza e Treviso, con il solo fine, nemmeno tanto mascherato, di operare una vera e propria schedatura di tutte le persone residenti.
I poliziotti sono stati molto diligenti (alla faccia di chi dice che il pubblico impiego non funziona) e, innalzando un tendone bianco, hanno fotografato, uno ad uno, tutti i residenti dei suddetti campi (perfino i minorenni). Inoltre i rom, oltre ad essere stati fotografati di fronte e di profilo tenevano anche un cartello in mano con su scritto le generalità e un numero di identificazione. Tra gli schedati anche Francesco Cipriani, prete cattolico e il presidente dell'associazione Sinti italiani Davide Casadio. Chiaramente tutti coloro che si sono opposti a tale barbarità sono stati portati in questura per prendere le generalità. L'associazione Sucar Drom, che da anni si batte contro tutte le discriminazioni verso i Rom/Sinti, ha già promesso che farà una contro-denuncia. Anche l’ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) ha proceduto a denunciare gli autori di tale atto.
(ASCA) - Firenze, 28 gen - Si e' concluso con un incontro con sopravvissuti ai lager il viaggio del 'Treno della Memoria' della Regione Toscana, che ha portato circa 800 studenti a visitare i campi di Auschwitz e Birkenau.
Le prime a parlare sono state le due sorelle Andra e Tatiana Bucci, le due italiane piu' giovani sopravvissute ai campi di sterminio, deportate ad Auschwitz da Fiume all'eta' di 4 e 6 anni. ''Quando siamo state separate dalla mamma e messe in una baracca di bambini - hanno raccontato - li' e' cominciata un'altra vita. Tanto che dopo un po' trovavamo normale quella vita la', la morte, il camino, le fiamme, il fumo. Sapevamo che molti di noi passavano da li'. Giocavamo intorno ai cumuli di cadaveri. Un giorno la mamma non venne piu' a trovarci, e pensammo che fosse morta. Credo di non aver provato neanche dolore. Dovevamo continuare a vivere''.
Aveva invece 15 anni Marcello Martini, toscano, portato a Mauthausen perche' attivista politico. ''In Germania c'erano 1.632 campi: una macchina perfetta che funzionava a tutto regime. E nei campi non c'erano solo ebrei. Se sono 6 milioni gli ebrei sterminati, altrettanti sono i non ebrei. I deportati politici furono 40.000''. E ne aveva 17 Maria Rudolf, quando decise ''di collaborare con la Resistenza senza neanche chiedere il permesso alla mamma. Facevo la staffetta, portavo le lettere, fui arrestata per una spiata.
Sei giorni dentro un carro bestiame, quando arrivai ad Auschwitz rimasi di stucco. Ci sono rimasta 'solo' 40 giorni, ma furono sufficienti per vedere tutti gli orrori: la fame terribile, l'odore di carne bruciata, i pidocchi, le umiliazioni, il terrore quando facevano le selezioni: dovevano spogliarci per vedere in che condizioni eravamo e decidere se tenerci in vita per farci lavorare o eliminarci''.
Non solo ebrei, e non solo deportati politici, nei campi di sterminio. Per ricordare le altre vittime, parlano Demir Mustafa', il rappresentante della comunita' rom di Firenze (''nei campi sono stati sterminati 500 mila rom, ma la persecuzione dei rom non e' mai finita, continua ancora''), e Davide Buzzetti, di Arcigay, che parla di ''200.000 omosessuali uccisi nei campi nazisti''.
Egregio Presidente, chiedo il suo intervento sul Parlamento per lo
stralcio degli articoli 36 e 44 del ddl n. 733 in discussione in
Parlamento.
L’approvazione degli articoli 36 e 44 del ddl n. 733 modificherebbe la
legge anagrafica del 1954 e ciò porterebbe di fatto ad una “schedatura etnica”
per i Sinti italiani e complicherebbe i percorsi di interazione
sociale.
Nell’articolo 36 del disegno di legge n. 733 per la modifica della legge
24 dicembre 1954, n. 1228 si parla esclusivamente di “immobili”, implicitamente
escludendo a priori dal poter ottenere l’iscrizione anagrafica per chi vive in
roulotte, in camper, in una carovana o una casa mobile (beni mobili). Inoltre,
si pone come requisito essenziale per l’ottenimento dell’iscrizione anagrafica
nel luogo dove si vive, le condizioni igienico-sanitarie ai sensi delle vigenti
norme sanitarie.
Chi sarà colpito da questa norma? Le famiglie sinte italiane che vivono
nei cosiddetti “campi nomadi”, le famiglie sinte italiane che vivono in terreni
privati e le famiglie dello spettacolo viaggiante. Ma non solo perché anche
tantissime famiglie Rom italiane vivono in case mobili o in roulotte.
Migliaia di Cittadini italiani rischieranno di perdere non solo il
diritto di voto ma tutta una serie di diritti legati indissolubilmente
all’iscrizione anagrafica (i documenti come la patente di guida, le licenze per
le attività lavorative, l’assistenza sanitaria,…).
Inoltre con l'articolo 44 si prevede l'istituzione, presso il ministero
degli Interni, di un registro nazionale per le persone senza dimora. Oltre a far
intuire finalità di controllo, il registro rischierebbe di separare l'iscrizione
anagrafica dagli abituali luoghi di vita, con effetti imprevedibili sul reale
accesso ai servizi da parte dei Sinti italiani. Un esempio? Se una famiglia
sinta italiana di Venezia dovesse avere qualsiasi tipo di problema, dovrà
rivolgersi ai servizi sociali della sua città o direttamente a Roma?
Inoltre, non è da sottovalutare la dizione che sarà scritta sulle Carte
d’Identità: “senza fissa dimora”. Questa dizione limiterà in maniera notevole le
possibilità di vita sociale e lavorativa. Infatti, con tale dicitura sulla Carta
d’Identità sarà difficile anche solo ottenere una tessera per noleggiare dei
video ma soprattutto sarà ancor più difficile trovare lavoro. Come per altro già
succede in alcuni casi.
Di fatto con l’approvazione degli articoli 36 e 44 la stragrande
maggioranza dei Sinti italiani e non solo saranno cancellati dai luoghi di
residenza e saranno tutti inseriti in un unico registro nazionale.
Per queste ragioni chiedo il Suo intervento per evitare questa
discriminazione che separerà i Cittadini italiani a seconda della tipologia
abitativa.
In attesa di riscontro, porgo i più cordiali saluti