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Non ho mai usato la parola «emergenza» per quanto riguarda i Rom. Ci sono problemi che abbiamo affrontato e continueremo ad affrontare coralmente insieme a enti locali e forze dell’ordine. Se però questa nomina, che non è ancora arrivata ufficialmente, servirà a snellire alcune pratiche burocratiche e a far giungere più fondi a Torino, allora ben venga». Ama il lavoro quotidiano, il prefetto Paolo Padoin. Dei nuovi poteri che gli verranno affidati con la nomina a commissario annunciata dal ministro Maroni, ma non ancora arrivata, dice: «Vediamo cosa comportano e vediamo di sfruttarli al meglio». Certo, Torino non è nuova alla convivenza con i Rom. Negli anni ‘70 erano già 8000 quelli censiti. Il primo campo attrezzato, quello delle Rose in via Silvestro Lega 50, risale addirittura agli anni ‘50 (anche se è stato regolarizzato e autorizzato solo nel 1991). Ospita Sinti piemontesi come il campo Sangone di corso Unione Sovietica nato nel 1978. Gli ultimi due campi attrezzati sono quello di via Germagnano (nato dal trasferimento del campo di strada Arrivore) dove vivono 350 rom e 250 romeni e quello di strada dell’Aeroporto, nato nel 1988 e che ospita Korakhané, Kanjarija, Romuni, Arlija, Gadjikané. Sono circa 700 i rom autorizzati che vivono nei campi attrezzati, ma il vero problema sono gli insediamenti spontanei che continuano a nascere in città e nella cintura e che sono difficili da controllare. C’è per esempio il Campo Vallette di corso Ferrara 75. Fino a qualche tempo fa vi sostava un centinaio di carovane di zingari jugoslavi. Al suo interno ci sono forti tensioni etnico-razziali e molti in questo campo vivono di attività illecite. Dal 2003, poi, è scoppiato il caso dei Rom provenienti dalla Romania. Si calcola che tra il 2006 e il 2008 ne siano transitati a Torino circa 2000. Oltre la metà ha trovato sistemazione stabilizzandosi. Secondo l’ufficio pastorale migranti a metà del 2008 c’erano poi altri insediamenti importanti in Torino e cintura.
A Basse di Stura ci sono circa 44 roulottes con 170 persone (circa la metà minori, con 25 che frequentano la scuola). Hanno luce, acqua, riscaldamento e sorveglianza. In Lungostura Lazio, davanti all’Iveco, dall’anno scorso ci sono 81 baracche abitate da 193 persone con 58 adolescenti e minori. Le baracche sono senza luce e acqua. Don Fredo Olivero, che da 30 anni si occupa di Rom, pensa che sia un nuovo fenomeno da osservare: «Si tratta di zingari che hanno sposato romeni - spiega - molti lavorano e hanno voglia di integrarsi. Chiedono insistentemente di poter mandare i figli a scuola». A Settimo Torinese vive dal dicembre 2007 il primo esperimento di convivenza di 35 rom provenienti da Borgaro e Mappano il cui campo è stato distrutto dal fuoco insieme ad alcune giovani coppie italiane che ne seguono anche l’inserimento lavorativo. Altri insediamenti sono quelli della sponda sinistra del Sangone (un centinaio di persone), corso Romania (circa 120 persone), Cascina Continassa (40) e Manifattura Tabacchi (40). Tenere sotto controllo questi insediamenti è sempre più difficile e ormai l’esperienza dei grandi campi sembra terminata. «Oggi si aggiunge un problema - spiega don Fredo - molti rom hanno perso la tradizione artigianale che li caratterizzava un tempo. Anni di emarginazione li hanno portati sempre più vicini alla criminalità. Se uno di loro va a lavorare, viene immediatamente preso in giro dagli altri. Serve una nuova integrazione e i 401 zingari che in questi anni hanno deciso di vivere in case private sono un seme da coltivare». Raphaël Zanotti Torino |